La leishmaniosi: una zoonosi dei giorni nostri

La leishmaniosi: una zoonosi dei giorni nostri – Dott. Oscar Pellegrini – Dott.ssa Elisa Davini –

La leishmaniosi è una malattia infettiva, a carattere zoonosico (quindi trasmissibile naturalmente fra i vertebrati e l’uomo) ad andamento generalmente cronico. L’agente eziologico responsabile è un protozoo del genere Leishmania, un parassita obbligato che deve la sua capacità di diffusione da un soggetto all’altro ad un vettore invertebrato del genere Flebotomum, comunemente denominato “pappataceo”. In realtà molte sono le specie conosciute di leishmania ma la più importante dal punto di vista sanitario è senz’altro Leismmania Donovani Infantum , scoperta la prima volta nell’uomo da Leishman e Donovan (…da cui il nome) e capace di colpire soprattutto i bambini (…da cui il terzo nome Infantum). La leishmania è purtroppo un argomento di triste attualità: nel 1990 l’OMS riportò i casi di leishmaniosi umana nel mondo nel numero di 12 milioni circa, con un incremento intorno a 400.000 – 1.200.000 di nuovi casi ogni anno, in particolare in paesi della fascia equatoriale e subequatoriale. Una malattia presente dunque, contagiosa e complicata che trova nella sua promiscuità infettiva di zoonosi il suo più difficile aspetto. Il cane rappresenta il serbatoio domestico principale della leishmaniosi viscerale, il ratto (Rattus rattus) il serbatoio selvatico. Se comunque nell’uomo la malattia, più frequentemente rappresentata da forme muco-cutanee o viscerali, risulta controllabile (le persone colpite possono guarire completamente in seguito a terapia specifica) nel cane la situazione è ben differente e certamente più grave, con recidive quasi costanti, indipendentemente dal tipo di terapia utilizzata. Il ciclo biologico del parassita, da cui la comprensione delle sue capacità patologiche ed infettive, si organizza su due livelli: nell’ospite e nel vettore. E’ importante ricordare che non esiste un contagio diretto (pertanto non c’è alcun rischio di infezione nelle effusioni e nelle carezze ad un cane ammalato), la trasmissione può avvenire solamente tramite il flebotomo ( Fle b o t o m u m p e r nicio s u s soprattutto), un insetto molto simile ad una piccola zanzara di 2-3 mm circa, colore giallo carico ed il corpo ricoperto di una fitta peluria. Il rischio di contagio diretto cane-uomo non esiste proprio perché il parassita, per diventare infettivo necessita di una fase di sviluppo che avverrà solo all’interno di questo insetto. Solo dopo tale mutazione sarà in grado di parassitare l’uomo o l’altro cane nel quale sarà stato inoculato tramite la puntura notturna.
La Leishmania, presente nella saliva dell’insetto ematofago in forma larvale, penetra nel sangue dell’ospite vertebrato attraverso la puntura; raggiunge il circolo sanguigno e viene inglobata dai macrofagi: cellule deputate ad eliminare gli agenti estranei. Qui riesce a replicarsi e, successivamente, a indurre la rottura (lisi) del macrofago stesso con la conseguente liberazione di altre forme larvali, che libere nel torrente sanguigno, sono pronte, attraverso il successivo pasto di sangue di un altro flebotomo, a cominciare un altro ciclo.
Fig.1
Il periodo d’incubazione della malattia, può variare da 1 mese sino a 3 anni e oltre. L’età dei soggetti colpiti varia da uno a undici anni, con una percentuale maggiore dei cani di età compresa tra i 4 e i 6 anni. La sintomatologia è molto varia e il decorso è normalmente subacuto-cronico. E’ stata rilevata anche una rara forma acuta della Leishmaniosi che colpisce i cani giovani ed è accompagnata da febbre alta, tremori diffusi, con esito fatale dopo pochi giorni. I primi sintomi classici dell’infezione sono dati da una perdita di vivacità del cane, dimagrimento, facile affaticamento, aspetto emaciato, atrofia delle masse muscolari con maggiore evidenza dei rilievi ossei, soprattutto a livello di bacino, articolazioni e testa ( …viene comunemente indicato come “aspetto di cane vecchio”). Inoltre possono essere presenti, ma meno frequentemente: una modesta febbre remittente, vomito, diarrea, zoppia (dovuta ad artriti prevalentemente articolari), sete intensa e poliuria ( in caso di danno renale), epistassi, fotofobia e cecità. A livello della pelle si può avere una perdita di pelo diffusa con cute ispessita o, più semplicemente, solo una forte desquamazione con forfora, refrattaria ad ogni trattamento. Nel 30 % dei soggetti colpiti sono presenti delle ulcere cutanee, soprattutto a livello delle zampe, del muso e delle orecchie. In queste piaghe di aspetto crateriforme è possibile isolare la Leishmania. Un segno molto probante di malattia, quando è presente, è l’onicogrifosi (allungamento delle unghie), dovuto allo stato di infiammazione (flogosi) della matrice ungueale.
Fig.1: Campione di tessuto midollare. Si possono apprezzare un istiocita con il citoplasma infarcito di numerose forme amastigoti di Leishmania Donovani (infantum) e rare forme libere (tre) in basso a destra
Quando sussistono più sintomi tipici della malattia, il sospetto di Leishmaniosi risulta più agevole al clinico, anche se per porre diagnosi è sempre essenziale ricorrere ad esami di laboratorio. Ad ogni modo la parassitosi decorre frequentemente in forma subdola con scarsi sintomi, in tal caso il percorso diagnostico sarà più lungo ed indaginoso. Come già accennato, per fortuna, in campo umano la terapia porta ad una percentuale di guarigione completa di circa il 96 % dei casi. Nei nostri amici animali, purtroppo, tale percentuale scende drasticamente. Spesso si confonde una guarigione clinica (regressione di tutti i sintomi, in cui il parassita rimane latente nell’organismo) con la guarigione completa (negativizzazione dei test sierologici ). Costanti sono le ricadute della malattia in forme sempre più gravi e refrattarie ai trattamenti. Se la malattia viene diagnosticata all’inizio, quando non sussiste una sintomatologia conclamata e il soggetto ha un’età inferiore ai due anni, con un’opportuna cura, la percentuale di guarigione può giungere fino al 40%. Con l’avanzare dell’età, ma soprattutto con la Leishmaniosi in stato avanzato (manifestazione della sintomatologia tipica) questa percentuale scende variabilmente, a seconda dei soggetti, dal 15 al 5% . Il problema più serio di questa malattia è che non esiste ancora in commercio un prodotto che risulti veramente valido per prevenire l’infezione, così come si è riusciti con altre malattie Lo sviluppo di nuovi protocolli terapeutici per il trattamento della leishmaniosi canina è una delle sfide più affascinanti nel settore della ricerca veterinaria. Lo scopo della terapia antileishmania, vista l’impossibilità di eliminare il parassita, assume un duplice aspetto: da un lato diminuire la carica parassitaria degli animali e di conseguenza renderli serbatoi potenzialmente meno attivi, dall’altro favorire la risposta immunitaria cellulo-mediata. La risposta migliore al rischio leishmaniosi resta dunque: prevenzione tramite sostanze repellenti per zanzare, dia g n o si p r e c o c e tramite osservazione periodica da parte del veterinario e, soprattutto, impegno e costanza per applicare i protocolli terapeutici esistenti, in attesa di migliori notizie dal progresso scientifico in campo medico-veterinario.

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